Un contratto e più diritti: per i rider è tempo della svolta

L'inchiesta della Procura di Milano, che lunedì ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho-Glovo, segna una svolta. A 40mila rider in tutta Italia sarebbero stati pagati salari sotto la soglia di povertà, con compensi da 2,50-3,70 euro a consegna che significano 800-900 euro al mese per turni di lavoro massacranti. Più volte, su queste colonne, ci siamo occupati delle condizioni di lavoro dei ciclofattorini. A luglio 2024 raccontammo la storia di Gennaro, 50enne di Napoli che effettuava le consegne di sera e che nel weekend portava con sé la moglie. Un modo per trascorrere del tempo insieme ma, al contempo, la fotografia nitida di un sistema economico che trae profitto dalla precarietà, nascondendosi dietro la retorica dell'"autonomia" digitale e sfociando finanche in caporalato.
Nel 2019 il sociologo Colin Crouch, nel libro 'Se il lavoro si fa gig', scrisse che "i sostenitori della gig economy la presentano come una garanzia di uguale libertà tanto per le imprese piattaforma quanto per i lavoratori" ma "gran parte dell'asimmetria rimane". Tradotto: alla fine, sono sempre le aziende a farla da padrone. In questi anni, politica e i sindacati hanno provato - ognuno da par suo - ad arginare lo sfruttamento dei rider. Non tutti, però, con lo stesso fine: alle norme varate fra il 2015 e il 2019, che hanno "mosso" l'iniziativa della Procura meneghina, si è infatti contrapposto il decreto Lavoro (1° maggio 2023) del governo Meloni che ha statuito l'alleggerimento dell'obbligo di trasparenza per le aziende che usano algoritmi. Così un'intera forza lavoro continua a essere trattata come merce.
Quello che sulla carta viene presentato come lavoro "autonomo" diventa, nei fatti, una forma di etero-organizzazione algoritmica, con un monitoraggio costante delle geolocalizzazioni e penalizzazioni automatiche per ritardi o rifiuti che somigliano più al controllo di un datore di lavoro che alla libertà di un libero professionista. Il fatto, poi, che mentre c'è chi ciancia di remigrazione la maggioranza dei fattorini sia costituita da stranieri non è un elemento secondario: a fine 2018 a Milano gli italiani erano solo il 34%.
Ecco perché dalla decisione della Procura di Milano deve scaturire un percorso di regolarizzazione reale che preveda tutele salariali, diritti sindacali effettivi, un controllo trasparente degli algoritmi e, magari, un vero Ccnl di settore. Se ciò non accadesse, correremmo il rischio di trasformare, in modo permanente, decine di migliaia di persone in manodopera a basso costo. Evitiamolo prima che sia tardi.
Pubblicato giovedì 12 febbraio 2026 su La Notizia